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Socrate e Platone: l’esplorazione dell’interiorità ha origini antiche
Socrate nasce ad Atene il 470/469 a.C. e morirà nella città natale nel 399 a.C.. Sommo filosofo della Grecia Antica non lasciò scritti, convinto che la filosofia è un sapere aperto, una ricerca che non si esaurisce, che ripropone incessantemente i suoi problemi e le sue soluzioni. Conosciamo la sua opera soprattutto grazie agli scritti su di lui lasciati da Platone e da Senofonte, suoi allievi. Senofonte scrivendo di Socrate ci dice che egli discorreva sempre di cose umane, per lui la filosofia è ricerca e dialogo sui problemi dell’uomo. Il metodo di Socrate, attraverso cui accompagna i suoi allievi nell’indagine introspettiva, si fonda sull’ironia, la confutazione e la maieutica.
Quest’ultimo aspetto in particolare, del suo insegnamento, voglio citare in questo scritto in riferimento al tema dell’esplorazione dell’interiorità. Platone parlando di Socrate ci dice che aveva ereditato da sua madre, che era levatrice, la professione di ostetrico. Socrate si muove come un “accompagnatore” nell’indagine interiore dei suoi discepoli, non porta una sua verità; dichiarando: “So di non sapere”, si pone dietro al suo discepolo, sostenendolo nella ricerca al suo interno di una propria verità, come conquista personale e processo di auto-educazione.
Aiuta dunque ad esplorare e da lì “a partorire” una rinnovata consapevolezza e visione di sé e del mondo. Il messaggio, la missione e il destino di Socrate sono ben illustrati nel testo “Apologia di Socrate” di Platone, che riporta i discorsi tenuti da Socrate in propria difesa nel corso del processo che si concluse con la sua condanna a morte, con l’accusa di corrompere i giovani e non credere negli Dei. Si evince da essi il messaggio costante dell’ insegnamento socratico, ovvero che l’uomo deve prendersi cura della sua anima, nella quale si trova la sua essenza.
Socrate nei dialoghi richiama anche al Demone che ha dentro di sé, che si fa sentire non per suggerirgli cosa fare, ma bensì per distoglierlo da certe azioni e che non si manifesta per distoglierlo dall’affrontare il processo senza rinnegare la sua opera, ma difendendola. Ecco un passaggio del discorso di Socrate: “O mio ottimo amico, tu che sei ateniese, cittadino d’una città che è la più grande e la più famosa d’ogni altra per la sua scienza e per la sua potenza, non ti vergogni, tu che ti prendi tanto cura delle tue ricchezze perché si moltiplichino, della tua reputazione e del tuo onore, di non darti affatto pensiero della sapienza, della verità e dell’anima perché questa diventi quanto più può migliore?”.
La vita di Socrate è dunque dedicata non alla creazione di una propria dottrina o contributo teorico, ma all’elogio e all’accompagnamento all’esplorazione dell’interiorità, possiamo dire che Socrate non genera, ma fa partorire, non educa, ma sostiene un processo di auto-educazione.

Platone, nato ad Atene nel 428 a.C. e morto nella città natale nel 347 a.C., fu discepolo di Socrate, profondamente colpito dalla sua condanna a morte, vissuta come una profonda ingiustizia e che lo spinse a dedicarsi alla filosofia e non alla vita politica, sua prima aspirazione, ritenendo che solo attraverso essa si potesse condurre l’uomo e la comunità verso la giustizia.
Platone sviluppò, e ci ha lasciato grazie alla produzione scritta, una dottrina filosofica, in parte ispirata agli insegnamenti appresi come discepolo di Socrate. A lui dobbiamo quindi anche la possibilità di conoscere l’attività di quest’ultimo.
La forma dell’attività letteraria di Platone, ovvero il dialogo, rappresenta un atto di fedeltà a Socrate e alla convinzione, che condividono, che la filosofia sia un sapere aperto, in continua evoluzione. A questo proposito ritengo che anche l’esplorazione dell’interiorità possa essere considerata un processo filosofico, cioè che attiene alla filosofia, quindi “all’amore per la sapienza”, sapienza intesa come conoscenza di sé e del proprio modo di muoversi nel mondo, che si sviluppa anche attraverso un processo dialogico, per esempio nel counseling, tra cliente e counselor.

Un altro strumento che Platone utilizza nella sua opera filosofica sono le immagini, crea immagini attraverso la creazione di miti, consapevole dell’importanza delle stesse nel processo di pensiero dell’uomo. Attraverso racconti fantastici dunque espone concetti e dottrine filosofiche, rendendo questi ultimi più accessibili ed intuitivi; inoltre tale struttura gli consente di poter parlare di realtà che vanno oltre i limiti cui l’indagine razionale può spingersi.
Tra i miti più affascinanti e suggestivi vi è il Mito di Er, di cui parlerò più avanti, ed il Mito della Caverna, entrambi contenuti nella Repubblica . Platone, nella costruzione di questi racconti, mostra delle doti artistiche oltre che come pensatore, doti che associo all’attività del counselor quando diventa un “pittore di scenari possibili”, nella riformulazione immersiva per esempio, e quando sostiene l’esplorazione affinchè sia il cliente a dipingere i suoi scenari, trovando immagini e significati. Nel Mito della Caverna, Platone illustra la possibilità di liberarsi dalle opinioni incerte e variabili che ci rendono schiavi, acquisire la conoscenza della realtà, divenire filosofi e poter governare con saggezza la città:

Si immaginino dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dalla nascita, nelle profondità di una caverna(..). Si pensi, inoltre, che alle spalle dei prigionieri sia stato acceso un enorme fuoco e che, tra il fuoco ed i prigionieri, corra una strada rialzata. Lungo questa strada è stato eretto un muretto lungo il quale alcuni uomini portano modellini e manichini con le forme di vari oggetti, piante, animali, e persone. Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e questo attirerebbe l'attenzione dei prigionieri. Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un'eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro.
Mentre un personaggio esterno avrebbe un'idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (incatenati fin dall'infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre "parlanti" come oggetti, piante, animali, e persone reali.
Si supponga che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l'uscita della caverna: in primo luogo, i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del fuoco ed egli proverebbe dolore. Inoltre, le forme portate dagli uomini lungo il muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; persino se gli fossero mostrati quegli oggetti e gli fosse indicata la fonte di luce, il prigioniero rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, preferirebbe volgersi verso le ombre. Allo stesso modo, se il malcapitato fosse costretto ad uscire dalla caverna e venisse esposto alla diretta luce del sole, rimarrebbe accecato e non riuscirebbe a vedere alcunché. Il prigioniero si troverebbe sicuramente a disagio e s'irriterebbe per essere stato trascinato a viva forza in quel luogo.
Volendo abituarsi alla nuova situazione, il prigioniero riuscirebbe inizialmente a distinguere soltanto le ombre delle persone e le loro immagini riflesse nell'acqua; solo con il passare del tempo potrebbe sostenere la luce e guardare gli oggetti stessi. Successivamente, egli potrebbe, di notte, volgere lo sguardo al cielo, ammirando i corpi celesti con maggior facilità che di giorno.
Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell'acqua, e capirebbe che: «è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.» Resosi conto della situazione, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all'ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa vedere distintamente anche nel fondo della caverna; durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri, in quanto sarebbe tornato dall'ascesa con "gli occhi rovinati".
Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento e, anzi, potrebbe spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso la luce, in quanto, a loro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell'accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte..


Semplificando, possiamo ipotizzare che la caverna oscura è il nostro mondo e gli uomini sono gli schiavi, guidati da opinioni incerte e variabili, incatenati e con un’immagine superficiale delle cose; lo schiavo liberato intraprende un percorso, inizialmente anche con fatica, accecato dal sole ed irritato per essere trascinato e forzato verso l’uscita della caverna; poi però, cresce la sua capacità di vedere “ le cose stesse”, che lo porta alla conoscenza della realtà.
Trovo analogie tra questo mito è il percorso di esplorazione dell’interiorità, che ci porta a nuove consapevolezze e a un rinnovato sguardo su di noi e sul mondo.
Spesso c’è qualcosa di scomodo che arriva nella nostra vita e ci spinge, a volte quasi obbliga, ad intraprendere la via verso “l’uscita dalla caverna”; inoltre è probabile che ci sentiamo infastiditi dal lasciare il nostro posto, dal procedere verso luoghi inesplorati, può essere che quello che vediamo ci “faccia male agli occhi” all’inizio, che ci sia bisogno di tempo e di guardare le cose prima “riflesse nelle acque” e poi direttamente, ma ci permetterà poi di vedere, vedere il sole, il cielo, la luna e le stelle.
Platone ci fornisce infine un messaggio molto chiaro sul valore non solo personale ma anche sociale di aver svolto questo tipo di percorso: “Dovete dunque, quando è venuto il vostro turno, ridiscendere là dove vivono gli altri e abituarvi ad osservare le immagini oscure; una volta assuefattivi, le vedrete mille volte meglio di quelli di laggiù, e di ognuna delle immagini saprete che cos’è e che cosa rappresenta, grazie all’aver visto il vero intorno a ciò che è bello e giusto e buono. E così per noi e per voi la città sarà retta nell’ordine della realtà e non del sogno” .

Georges Ivanovic Gurdjeff e la Quarta Via
Non conosciamo la data esatta di nascita di Georges Ivanovic Gurdjeff, ipotizzata tra il 1866 e il 1877, sulla sua tomba è incisa la data del 1872, sul passaporto il 1877. Sappiamo che nacque ad Alexandropol, nell’Armenia russa. E’ stato filosofo, scrittore, mistico e musicista e ha creato un suo “sistema” che diffonderà anche attraverso la creazione di gruppi di insegnamento, studio e esperienziali, come per esempio nel 1919 “l’Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo” a Tiflis e nel 1922 la “Casa degli studi” a Parigi. Riteneva infatti necessario che l’uomo venisse accompagnato ad “uscire dal sonno” e che l’impresa necessitasse di una specifica scuola. Il volantino che pubblicizzava l’Istituto di Tiflis citava:

Con il permesso del Ministro nazionale dell'Istruzione, viene aperto a Tiflis l'Istituto per lo sviluppo armonico dell'uomo, basato sul sistema di George Ivanovich Gurdjieff. L'Istituto accetta bambini e adulti di entrambi i sessi. Gli studi si svolgeranno al mattino e alla sera. Le materie di studio sono: ginnastica di tutti i tipi (ritmica, medicinale e altre). Esercizi per lo sviluppo della volontà, della memoria, dell'attenzione, dell'udito, del pensiero, dell'emozione, dell'istinto e così via.

Il percorso delineato da questo pensatore per far si che l’uomo possa cambiare ed acquisire una nuova consapevolezza, svilupparsi e, per dirlo con termini a lui cari: “Uscire dal sonno e dalla meccanicità”, fu definito dal suo allievo Ouspensky “La quarta via”. Esistono, ci dice Gurdjeff, tre vie definite per raggiungere questo obiettivo di fuoriuscita dal sonno: la via del Fachiro, dello Yogi e del Monaco, vie che richiedono però la rinuncia a tutto della propria precedente vita. Gurdjieff propone un altro tipo di percorso per raggiungere la piena consapevolezza senza cambiare esteriormente, anzi, per via degli stimoli che continuamente ci raggiungono nella nostra vita. Un percorso focalizzato sull’osservazione ed esplorazione dell’interiorità.
G.I.Gurdjieff ci ha lasciato un folto insieme di insegnamenti e pratiche per la conoscenza di sé, attraverso numerosi libri e raccolte di seminari, lezioni, incontri. L’idea del sistema di Gurdjieff è che non usiamo neanche una piccola parte delle nostre possibilità e energie: è come se avessimo dentro di noi una casa enorme piena di stanze e mobili e continuassimo a vivere nel seminterrato, ignorando le potenzialità e la vastità della nostra casa. Cosa fare dunque? Il primo passo indicato è “osservare”, attraverso una serie di principi delineati Gurdjieff guida all’osservazione per comprendere la propria “meccanicità”, spogliarsi delle illusioni, comprendere che “tutta la propria vita non è altro che una cieca sottomissione alle proprie attrazioni e repulsioni”. La nostra osservazione dovrà essere diretta a vedere che “non siamo uno”, ovvero che in ciascuno di noi ci sono “centinaia, migliaia di piccoli io” , che non abbiamo il controllo di noi stessi e che non ci ricordiamo di noi stessi. Il ricordo di sé, il risvegliarsi dal sonno, portati avanti da Gurddjieff con determinazione e audacia, sono concetti utili all’esplorazione dell’interiorità e al counseling; essi richiamano infatti il concetto di presenza e consapevolezza: riconnetterci a chi siamo allargando lo sguardo e restando vigili alle nostre potenzialità e risorse, affrontare i nostri temi senza ridurli a problemi, ricordandoci la nostra dignità di esseri umani che possiedono enormi potenzialità non utilizzate. Esplorare l’interiorità per “uscire dallo scantinato”, ricordarci di noi e liberare le potenzialità che ci sono nelle nostre stanze.
Ecco come Gurdjieff ci propone un esercizio su questo tema:

Quando pronunciate queste quattro parole, “io-voglio-ricordare-me stesso”, voglio che proviate a sentire le cose che ora vi dirò….pronunciando la parola “io” dovete ascoltare con la massima attenzione la sensazione interiore...la seconda parola è “voglio”. Sentite con tutto il corpo la vibrazione che risuona dentro di voi. “Ricordare”. Ogni uomo, quando ricorda, ha un processo appena percettibile al centro del petto. “Me stesso”. Quando dico me stesso intendo dire tutto me stesso…ciascuna di queste parole ha una propria natura e un proprio posto di risonanza.

Nel pensiero di Gurdjieff un cambiamento interiore si verifica nel tempo solo a patto di cambiare atteggiamento verso il mondo esteriore e delinea molti percorsi ed attività per farlo. Tra le indicazioni che trovo suggestive abbiamo quella che ci propone di “studiare e lottare”. Lottare contro cosa? Contro: 1. la meccanicità, 2. le azioni involontarie, 3. i discorsi inutili, 4. l’immaginazione, 5. l’espressione di emozioni negative, 6. i sogni ad oggi aperti, 7. il sonno! Questo concetto di “Lotta” può servirci nell’esplorazione dell’interiorità, e nel counseling in generale, non tanto come frutto di un giudizio negativo su di noi, di un’idea di inadeguatezza, che siamo sbagliati e dobbiamo cambiare, ma come strategia a rinforzo della nostra determinazione e del mantenimento di un’energia alta verso il cambiamento desiderato.
Lo sguardo di Gurdjieff sul mondo è uno sguardo audace ed energico e questo aspetto trapela in tutta la sua vita e la sua opera. A questo proposito un'altra esperienza che ci spinge fuori dal sonno, ci dice il filosofo, è uno Shock molto violento, una sofferenza intensa e inattesa. Essi “rompono la crosta” , ci risvegliamo e abbiamo coscienza di noi. Abbiamo tutti sperimentato almeno una volta nella nostra vita un’esperienza di questo genere, una sensazione di presenza e visione chiara a fronte di una sofferenza intensa. Poi però tendiamo a ricadere nel sonno, inesorabilmente. A volte ci si approccia all’esplorazione dell’interiorità proprio in questi momenti, quando qualcosa “turba il nostro sonno”; può essere che la nostra prima richiesta sia più di tornare a dormire che di svegliarci del tutto, ma è una preziosa occasione per riscoprire la bellezza della consapevolezza e della responsabilità per la propria vita.
Georges I. Gurdjieff è morto il 29 ottobre 1949 in America e la sua opera è stata portata avanti attraverso i tanti gruppi di allievi che hanno mantenuto attive scuole in più parti del mondo. Tracce della sua opera si trovano nella discografia e biografia del cantautore e compositore italiano Franco Battiato.


Mauro Scardovelli e il Bambino Interiore
Mauro Scardovelli è nato nel 1948 a Genova e vive a Camogli. E’ giurista, musicoterapeuta, psicoterapeuta. Nel 1998 ha fondato l’Associazione “Aleph PNL umanistica”, scuola di Counseling e promozione di attività di ricerca e formazione nel campo della crescita personale.
Nel 2013 Aleph si trasforma in UniAleph, libera università popolare per attuale la Costituzione, andando ad ampliare l’originaria funzione di Aleph, coniugando la formazione interiore, spirituale e psicologico-relazionale con quella relativa al mondo esterno, dell’economia, del diritto, della politica e della finanza, “la cui basilare conoscenza non può più essere trascurata, pena rimanere confinati nel mondo dell’infanzia, incoscienti ed irresponsabili, lasciando che le nostre vite, il nostro Paese ed il pianeta finiscano nella più completa rovina”(Citazione tratta dal sito UniAleph).
Mauro Scardovelli dunque nel suo percorso volge lo sguardo all’interno, e sostiene la pratica del volgere lo sguardo all’interno, per poi riportarlo fuori, all’esterno, rinnovato, affinchè una nuova umanità possa diffondersi.
Oltre alla pubblicazione di numerosi libri, Mauro Scardovelli da più di dieci anni ha iniziato a videoregistrare e pubblicare sulla pagina facebook di Aleph e sul proprio canale Youtube stralci di conferenze o interi seminari, lezioni della scuola di counseling, letture e riflessioni che sono quindi accessibili a tutti, a sostegno del suo impegno nella divulgazione di contenuti relativi alla crescita personale e all’esplorazione dell’interiorità.
Centrale nel suo lavoro è il tema delle ferite originarie, che abbiamo incontrato nella nostra infanzia, che hanno determinato un allontanamento dal nostro sentire originario: in estrema sintesi non sentirci amati crea paura, che crea compiacenza o aggressività; creiamo una maschera di adattamento per sopravvivere e a questo punto non siamo più autentici e reali. L’io, separato dal cuore, non ha più una bussola, ci dice Mauro Scardovelli. Il nostro compito da adulti dunque è “diventare chi siamo”, il più grande dono per noi e per tutti, mentre continuare a reprimere è fonte di sofferenza ed un grande “tradimento di noi”.
Essere consapevoli, imparare a vedere, conoscere e prenderci cura delle nostre parti piccole, ci consente quello che nei miei studi ho appreso come processo di “rigenitorializzazione”, divenire noi genitori di noi stessi e darci quell’Accoglienza, Riconoscimento e Sostegno (ARS, le tre dimensioni dell’amore), di cui tutti abbiamo bisogno. Con le parole di Scardovelli: “Imparare a conoscerci, prendere contatto e proteggere le nostre parti piccole…il tuo sguardo storto non genera in me, nelle mie parti piccole, alcuna reazione perché io le proteggo, le rassicuro subito e non sono più reattivo. Se invece lascio loro in prima linea loro vanno a finire nel conflitto… Sono padrone in casa mia, sono il direttore d’orchestra di me stesso” (tratto dal video: Trasformazione-stati profondi per il cambiamento, visibile su youtube).
Possiamo fare un salto in un altro livello evolutivo, ci dice Mauro Scardovelli, dove non c’è più giudizio, “la sensazione viene accolta da una visione più ampia che produce compassione per quella piccola parte di noi, col tempo queste piccole parti si accorgono che dentro hanno qualcuno di più grande di cui fidarsi, e di fronte alla paura guardano alla parte adulta e sentono di potersi affidare”(tratto dal video: Il salto quantico necessario per non soffrire più, visibile su youtube).
Questo processo ci consente a cascata di ricontattare il nostro sentire originario sotto i condizionamenti, ricontattare le nostre passioni originarie, i nostri talenti e la nostra vocazione esistenziale. Su questi temi segnalo, tra il vasto materiale messo a disposizione da Mauro Scardovelli su Youtube, due video a me particolarmente cari: il primo è “Attraversare i gironi dell’inferno per rinascere”, il secondo è “diventare se stessi”.


Vite dedicate allo sguardo interiore: Carl Gustav Jung
Carl Gustav Jung nasce in Svizzera, a Kesswil, il 26 luglio del 1875. Laureato in medicina a 25 anni, il suo interesse è orientato alla psichiatria. Leggendo la sua autobiografia “Ricordi, sogni, riflessioni”, stesa in età avanzata, nel racconto di sé emerge come tutta la sua vita sia stata dedicata all’esplorazione dell’interiorità: accompagnato da un processo introspettivo continuo, che diviene consuetudine e pratica quotidiana, focus della propria esistenza, luogo a cui tornare ed in cui indugiare, a volte faticoso e controverso, sviluppa la passione per lo studio e l’ampliamento delle conoscenze in tutte le direzioni attinenti con l’esplorazione dell’interiorità. Accompagnatore dell’altro, i suoi assistiti e i suoi studenti, e protagonista lui stesso di un processo di auto-esplorazione continuo. Comprensioni, intuizioni, momenti di stallo e di scelte difficili, immagini e sogni segnano il suo percorso umano.

Un tema importante per Jung, e che mi è molto caro in riferimento all’esplorazione dell’interiorità, è quello delle immagini, rispetto a cui ci dice nella sua autobiografia: “Misi cura nel cercare di intendere tutte le immagini, tutti i dettagli del mio inventario psichico, di classificarli scientificamente, per quanto possibile, e soprattutto, attuarli nella vita. Ciò è quanto di solito trascuriamo di fare” (cit. Carl Gustav Jung, “Ricordi , sogni, riflessioni” edizioni Rizzoli pag.239).
Nella mia esperienza di esplorazione dell’interiorità le immagini possono rappresentare una “via breve”, un modo attraverso cui imprimere nella mente qualcosa che condensa pensiero, emozione e sensazione corporea, qualcosa che si può fissare e richiamare alla presenza come strategia e strumento di consapevolezza nella quotidianità. Creare un inventario delle immagini che si incontrano lungo il proprio percorso di esplorazione, può facilitare la possibilità di fissare le nostre tappe, sostenendo la presenza, tracciando il percorso con dei simboli, creando una testimonianza del viaggio e uno strumento di consolidamento verso il cambiamento desiderato. A questo proposito Jung ci ricorda che il percorso può tracciarlo solo la persona stessa, e che l’accompagnatore deve prestare massima attenzione a “preservarne la dignità e la libertà, affinchè essa possa vivere la propria vita secondo i propri desideri” (cit. Carl Gustav Jung, “L’uomo e i suoi simboli”, edizioni Longanesi pag. 59).
All’età di 48 anni C.G. Jung inizia a costruire una torre in pietra. Compra un terreno e progetta quella che aveva immaginato come una specie di dimora primitiva, rotonda, con un focolaio al centro, poi alzata creando due piani e negli anni ampliata ulteriormente, vicina ad un corso d’acqua, il lago di Zurigo. Vi trascorreva più mesi l’anno e ne parla così: “Potrà sembrare un’idea assurda, ma io l’ho fatto, e rappresentò per me non solo uno straordinario appagamento, ma anche la realizzazione di un significato(..). Fin dal principio in questa torre provai un intenso senso di riposo e di ristoro. Rappresentava per me il focolare materno” (cit. Carl Gustav Jung, “Ricordi , sogni, riflessioni” edizioni Rizzoli pag.274-275). La pietra, materiale con cui la torre fu costruita, rappresenta per Jung un simbolo del Sé, di un’esperienza che non può andare distrutta o perduta, elemento non caduco, eterno. Marie-Louise Von Franz, nel testo scritto in collaborazione con Jung, ci ricorda a questo proposito che “una profonda esperienza interiore del Sé è vissuta pressoché da tutti, almeno una volta nel corso della vita”(cit. Carl Gustav Jung, “L’uomo e i suoi simboli”, edizioni Longanesi, pag.232-233). La stessa autrice aggiunge poi, in un passaggio profondamente attuale:

“Al giorno d’oggi molti uomini, specialmente se vivono in grandi città, sono affetti da un terribile senso di vuoto e di noia, come se fossero in attesa di qualche cosa che non arriva mai. Possono distrarli, momentaneamente, cinema e televisione, la partita allo stadio o le controversie politiche, ma sempre, stanchi e disingannati, finiscono per tornare alla terra desolata della loro vita. La sola avventura che valga la pena di essere vissuta dall’uomo contemporaneo è l’esplorazione del regno interiore” (cit. Carl Gustav Jung, “L’uomo e i suoi simboli”, edizioni Longanesi, pag.236).

Attraverso l’esplorazione dell’interiorità si facilita il contatto e la realizzazione dell’unicità individuale di ogni uomo, il processo di individuazione nel linguaggio di Jung, l’emersione al livello della realtà, nell’albero reale, delle potenzialità contenute nel seme. Carl Gustav Jung muore il 6 giugno 1961, nella sua casa-torre sul lago a Bollingen, in Svizzera.


“Lo Strappo”
Lo strappo è un’esperienza improvvisa, radicale, violenta. Nello strappo qualcosa che era unito si spezza, senza gradualità, in modo deciso, rumoroso, severo. Un foglio tra le mani di un insegnante crudele che lo divide, con un gesto istantaneo che ti lascia con il fiato sospeso.
Uno strappo violento, brutale, senza preavviso e senza possibilità di recupero.
E’ così, non c’è rimedio, non c’è speranza, non c’è risveglio.
Nessuno degli strappi che ho vissuto ha avuto un recupero, nessuno è mai tornato sui suoi passi e nessuna situazione improvvisa e dolorosa si è mostrata reversibile. Nessun foglio incollato. Perché?
Allora in questi giorni mi chiedo come affronto io gli strappi, perché voglio dare un senso e perché mi serve a non arrendermi a quella che oggi mi pare solo crudeltà della vita.
Non appena mio papà è morto, il giorno stesso, ho costruito un piccolo altare, prima a casa di mia mamma, dove mi trovavo, e poi a casa mia. In una stanza e in un angolo che sento personale. Quando ci entro ho notato che mi pare che lui sia lì, gli parlo, aggiungo un piccolo oggetto che mi piace sul tavolino dove c’è la sua foto, gli faccio un sorriso. Trovo ristoro in questo gesto, ma mi sono resa conto che mi allontana dalla verità. Non c’è nulla di male a cercare un modo di alleviare la sofferenza, ma nel mio caso mi mostra un modo di procedere che nella vita mi tiene in sospeso e in attesa.
Si tratta di una tendenza a non affrontare la cruda realtà di alcuni eventi, a imbellettare e cercare di non vivere pienamente le esperienze dolorose, trovare una via per non sentire appieno la sofferenza del rifiuto, dell’abbandono, del tradimento. Non voglio prendere la medicina amara e faccio in modo di addolcirla. Lo so fare bene, fin da quando ero piccola. Questo modo di vivere lo strappo mi permette di soffrire meno, ma non mi permette di vivere pienamente e realmente, mi toglie tante energie e mi mantiene in un limbo, in attesa forse di un risarcimento che non arriverà.
Recentemente mi è stato di nuovo detto che la pastiglia velenosa va masticata e poi sputata. E’ necessario contattare e vivere le emozioni, più possibile e più in profondità, per poi risalire. Ho deciso che disferò il mio altare e forse lo ricostruirò quando i tempi saranno maturi.
Memoria, sofferenza e tempo: non voglio immergermi nel mondo come prima, in realtà non esiste più il mondo come prima. Esiste l’adesso, con le sensazioni, il nodo alla gola; le emozioni, rabbia, paura e tristezza; i pensieri e le domande, parole dette, parole non dette; il bisogno di protezione, che non trova risposta; il mio senso di identità, che ha perso un pezzo. Sto qui e difendo questo momento e cerco di viverlo, non trattenerlo, non rinnegarlo.

“Le condizioni per la Crescita Personale”
Questo articolo vuole essere una sintesi e rielaborazione di una parte del libro “L’iniziazione”, di Rudolf Steiner.
Ad un certo punto del percorso di Crescita Personale è importante investire la propria volontà, intenzione, impegno e dedizione nell’orientarsi rispetto ad alcune condizioni.
Quando si è pronti si vive la Responsabilità come una chiave che apre le porte verso la verità.

1. E’ necessario portare attenzione alla salute del corpo e dello spirito. La volontà va orientata al vivere sano. La nostra casa nella sua interezza va tenuta bene, ciò che si vede e ciò che non si vede, il corpo e l’interiorità.
Una vita fisica, mentale, affettiva malsana ci allontana dal percorso. Vanno evitate in tal direzione tendenza al fantasticare, all’eccitazione, alla nervosità, all’esaltazione, al fanatismo.

2. E’ importante sentirmi membro della vita complessiva e in tal direzione anche corresponsabile di tutto quello che succede. Questo tipo di sguardo ci allontana dal giudizio su di noi e sugli altri e, coltivandolo, a poco a poco si esprimerà anche nel nostro modo di manifestarci all’esterno.

3. Va considerato che sentimenti e pensieri sono altrettanto reali quanto le azioni. Mentre prestiamo spesso attenzione a queste ultime, più consapevoli della loro manifestazione all’esterno, riteniamo pensieri e sentimenti innocui per noi e per il resto del mondo, mentre così non è. E’ altrettanto dannoso odiare il prossimo quanto colpirlo. La vita interiore è importante quanto le condotte e le cose esteriori.

4. E’ importante trovare la giusta via di mezzo tra ciò che le condizioni esterne ci impongono e le condotte che riteniamo di dover seguire dal contatto con la nostra verità, i nostri valori essenziali. Per poterlo fare questi ultimi vanno innanzitutto contattati, per poter poi sviluppare in noi stessi la “bilancia spirituale”: su uno dei piatti della bilancia vi è il cuore aperto alle necessità del mondo, sull’altro fermezza interiore e perseveranza.

5. Va nutrita la costanza nell’esecuzione di una decisione presa nella direzione desiderata. La decisione va trasformata in conseguenti azioni e va sviluppato “l’amore per l’azione”, non per il risultato, gli effetti esteriori o come il mondo accoglierà il suo sacrificio, ma trovando soddisfazione nelle azioni stesse.

6. E’ importante sviluppare il sentimento di riconoscenza per tutto ciò che si riceve. Bisogna sapere che “la propria esistenza è un dono dall’intero universo”. Da qui scaturisce il rispetto per sé e per la propria vita e l’amore universale.
Attraverso questo processo di auto educazione possiamo essere portatori nel mondo di novità, facendo in modo che ciò che è interiore si manifesti anche esteriormente.

“Lo “Scienziato dello Spirito”: Roberto Assagioli ”
“Il mondo interiore è un vero universo, magnifico e grandioso come quello esterno. Esso pure ha le sue cime scintillanti e i suoi abissi tenebrosi, le sue aride lande ed i suoi tesori nascosti, i suoi fiori olezzanti e le sue messi che nutriscono; esso pure ha i suoi impetuosi torrenti ed i suoi placidi fiumi”.
Il percorso umano di Roberto Assagioli incarna la dedizione e la passione per l’esplorazione dell’interiorità. Nato a Venezia il 27 febbraio 1888 si laurea in medicina a Firenze nel 1910, si specializza in seguito in psichiatria e si dedica a studi di psicologia e filosofia. Indicato da S.Freud e C.G.Jung come colui che avrebbe introdotto la psicoanalisi in Italia, diviene il primo psicanalista italiano. Svilupperà però presto un suo originale modello teorico e metodologico, la Psicosintesi, che diviene per suo stesso impulso anche un metodo di autoeducazione e formazione. Roberto Assagioli è mosso dal desiderio di fornire conoscenze e pratiche che siano accessibili e che consentano l’auto educazione e la crescita personale.
Assagioli affronterà esperienze di vita profondamente sfidanti, quali l’incarcerazione durante la seconda guerra mondiale per attività pacifiste e la morte dell’unico figlio, Ilario. Uno scorcio sulla sua esperienza di vita è accessibile attraverso il film documentario “Lo scienziato dello spirito”, uscito nel 2017, che illustra in sintesi le principali tappe della sua vita e del suo vasto contributo all’esplorazione dell’interiorità.
Roberto Assagioli ci insegna che ognuno di noi è un microcosmo, mentre crediamo in genere di avere una personalità stabile e integrata fin dall’inizio, coerenti ed armonici a priori. Dentro di noi agiscono diversi influssi, che generano diversi bisogni, desideri ed interessi che generano diversi pensieri, emozioni ed azioni. Così ci ritroviamo spesso a vivere dei conflitti interiori, identificandoci di volta in volta, di giorno in giorno, di momento in momento con una parte di noi. Assagioli ci invita, con la sua vasta opera, a “conoscere, possedere e trasformare”, a disidentificarci dalle singole dimensioni della nostra persona: ci accompagna a ricordare e a praticare il ricordo che abbiamo un corpo, ma non siamo il nostro corpo, abbiamo delle emozioni, ma non siamo le nostre emozioni, abbiamo una mente, ma non siamo la nostra mente, abbiamo dei ruoli, ma non siamo i nostri ruoli ed altro ancora; tutti questi sono strumenti, utili e importanti, ma noi siamo qualcosa di diverso e di più. Divenuti consapevoli di questo ci verrà spontaneo chiederci: “Ma allora chi sono io?” e questo ci consentirà di arrivare al passaggio successivo e a fare l’esperienza di sentirci, come ci dice Assagioli, un “centro di pura autocoscienza”; siamo l’Io osservatore, finalmente disidentificati e quindi non più in balia del momento, di ciò che sale al comando, ma in grado di “osservare, dirigere ed usare tutti i nostri processi psicologici e il corpo fisico”. La spinta di questo studioso alla ricerca interiore e alla diffusione della pratica della stessa si può osservare nelle sue opere, scritti, appunti e trascrizioni di seminari e conferenze. Si osserva la particolarità del suo lavoro, estremamente creativo e caratterizzato dall’aver elaborato numerosi esercizi, indicazioni pratiche e meditazioni volte a sostenere il processo di autoeducazione. Tra i più suggestivi l’esercizio della Rosa e la visualizzazione della Scalata della montagna, che attraverso l’utilizzo di immagini ci conducono per mano in un’esperienza di esplorazione interiore. Un altro strumento suggerito da Assagioli è l’uso di tecniche volte a sostenere la volontà “sapiente” per raggiungere il cambiamento desiderato: nella tecnica delle Parole Evocatrici, delle frasi di potere e delle affermazioni ci insegna ad individuare una parola o delle citazioni che esprimano la qualità che vogliamo evocare e sviluppare e ci illustra poi come “farne uso”. Intravedo in tutta la sua opera, anche nelle parti più teoriche, il desiderio di una sintesi, di fornire una cornice di riferimento che ci guidi alla conoscenza interiore, del nostro modo di funzionare e del modo in cui possiamo divenire protagonisti della nostra vita e del cambiamento desiderato.
Una nota finale su questa personalità, di cui troviamo traccia nel sito dell’Istituto di Psicosintesi, riguarda la numerosità di appunti, frasi, spezzoni, spunti scritti da Assagioli su bigliettini, margini di giornali, fogli, quaderni. L’esplorazione dell’interiorità consente il fiorire di idee, intuizioni, pensieri, emozioni, sensazioni corporee; man mano che salgono è utile appuntarsele, segnarle per fissarle a traccia del proprio percorso.
Assagioli muore a Capolona, in provincia di Arezzo, il 23 Agosto del 1974, all’età di 86 anni. Presso la sua casa di Firenze è sorto l’Istituto di Psicosintesi ed è possibile visitare “Casa Assagioli” dove vengono anche organizzate esperienze legate al mondo della psicosintesi.

“Chiudere i cerchi: integrare la propria storia familiare”
Dopo aver ringraziato il padre e la madre puoi dire: “Io sono al servizio della vita”.
Bert Hellinger, creatore della tecnica delle Costellazioni familiari, è tra gli autori che han messo in evidenza l’importanza del processo di pacificazione nei confronti delle proprie figure genitoriali e primarie di accudimento, per potersi emancipare dalla sofferenza non necessaria ed avvicinarsi alla propria autenticità. I nodi non sciolti infatti proseguono ad influenzare la nostra vita e le nostre relazioni e, ci dice Hellinger, “senza radici non si vola”, ovvero senza armonizzare le relazioni primarie è difficile radicarci pienamente nella vita e far emergere pienamente il nostro potenziale, perché le nostre parti piccole ferite sono lì, soffrono per i bisogni non accolti e usano strategie di risposta che spesso producono altra sofferenza. Anche James Hillman ha portato attenzione sul tema della relazione con i genitori parlando di “superstizione parentale”. Nella sua particolare visione molti fattori modellano la nostra vita e “più restiamo aggrappati all’importanza esclusiva dei genitori e più li investiamo di un potere cosmico” e il nostro processo di crescita personale, per Hillman il nostro “discendere”, ne viene frenato. Per questo studioso mantenere la superstizione dell’assoluto potere, sull’esito della nostra vita e sul nostro destino, in capo ai nostri genitori ed al loro comportamento durante la nostra infanzia ci distoglie dalla nostra vocazione esistenziale, ciò che siamo venuti a manifestare, di unico e di diverso da tutti gli altri, in questa vita. James Hillman riprende, a sostegno della sua tesi sulla superstizione familiare, il Mito di Er di Platone, e propone una soluzione che scardina l’incrollabilità del ruolo genitoriale e ci restituisce la centralità nella nostra vita.
Tra i contributi su questo tema voglio ricordare anche quello di Avikal E. Costantino che ci invita a “sciogliere l’attaccamento alla storia personale” per poter vivere pienamente il presente “coperto dal mantello del passato” che ci impedisce di fare l’esperienza fresca e originale del momento. L’adattamento in infanzia ci ha richiesto il “tradimento di noi”, indossare delle maschere, per trovare risposta al bisogno di sopravvivenza e appartenenza. Con il tempo ci siamo scordati di noi e siamo diventati un tutt’uno con le maschere che indossiamo nei vari contesti. Il contatto con il sé autentico è andato perso, ma si può ritrovare anche passando attraverso la relativizzazione e integrazione della storia familiare. Avikal ci dice che abbiamo fatto un “contratto di mediocrità”, ma che relativizzando l’esperienza e l’interpretazione che ne diamo possiamo divenire più flessibili e aperti. Non c’è un’unica via per svolgere questo percorso di armonizzazione ed ogni storia è unica e va rispettata in quanto tale; ci sono tante possibilità ed è giusto che ognuno trovi e segua quella più in linea con il suo sentire e le sue esigenze. Un’unica cosa è necessaria, ovvero cercare, perché solo chi cerca può trovare.

“L’Alchimia Interiore”
L’alchimia interiore si manifesta negli scritti alla fine del periodo greco-alessandrino e con il Rinascimento in Europa si distacca dagli altri due rami dell’alchimia, quello metallurgico e quello della lavorazione delle piante officinali. Nell’alchimia interiore la “trasmutazione del piombo in oro” diventa metafora per rappresentare un processo interiore all’uomo. Ogni percorso di crescita personale è a mio parere un processo alchimico, dove in modo graduale, ma radicale, andiamo a sciogliere attaccamenti e condizionamenti, per essere liberi e separare la parte grossolana nella nostra esistenza da quella armonica, raffinata, appagante. La via maestra anche in alchimia è quella della consapevolezza, in espansione lenta ma costante. Il “Solve et Coagula” ci indica la via del sentire, per poi mettere a fuoco. Così per esempio senti e vivi le emozioni, per possederle e trasformarle.
Gli alchimisti ci insegnano a vivere la quotidianità con una tensione “verso il”, procedendo gradualmente ma inesorabilmente verso la conoscenza di noi e del nostro modo di muoverci nel mondo, per poterci liberare dalle meccanicità e contattare la nostra natura essenziale. L’alchimia considera che siamo un sistema Olistico, porta l’attenzione a tutti gli elementi che ci compongono: corpo, emozioni, mente, spiritualità, che covibrano nello stesso individuo e che sono associati in alchimia ai quattro elementi ovvero e rispettivamente Terra, Acqua, Aria e Fuoco. Questi elementi vanno conosciuti e lavorati dall’interno: i dolori e le emozioni vanno assorbiti e trasformati dentro, i pensieri vanno valutati dentro, le preghiere vanno indirizzate dentro. Spingendoci oltre possiamo dire che non c’è un fuori e se c’è non ha a che vedere con le nostre attuali possibilità di percezione. Nella vastità del contributo che l’Alchimia può fornire al percorso di crescita personale voglio soffermarmi in conclusione sull’uso delle immagini e dei simboli.
Essi, ampiamente usati dagli alchimisti, ci portano a capire vedendo anziché pensando, imparando così a capire in maniera diretta, saltando il passaggio intermedio del pensiero razionale che spesso è ostacolo alla vera comprensione. Sostengono dunque la consapevolezza. In questa direzione le immagini emergenti per esempio nella pratica di Respiro Consapevole Integrale, possono metterci in contatto con parti di noi stessi non accessibili alla mente analitica e possono sciogliere condizionamenti, donare comprensioni e creare nuovi sbocchi all’energia psichica.